L’illusione delle montagne e i miraggi della pianura: Giannini e l’abbandono delle Apuane

Recensione al libro “Dove nasce il fiume” di Sirio Giannini di Niccolò Bresciani

Vallecchi Editore S.p.a., 1993 Firenze Prima edizione: Massimiliano Boni Editore, 1978

Vallecchi Editore S.p.a., 1993 Firenze
Prima edizione: Massimiliano Boni Editore, 1978

Il titolo del libro ci porta mentalmente a fare un percorso a ritroso, dalla piana verso il luogo dove i corsi d’acqua prendono vita: la montagna.

La narrazione, di una prosa semplice e diretta, ci conduce in salita fino al Campo del Barga, a Bedigna, uno dei paesi ancora abitati negli anni immediatamente dopo l’Ultima Guerra.

Come negli altri paesi, qui il tempo scorre lento, scandito dal lavoro quotidiano e dai momenti di riposo, in cui ci si consola dalle fatiche  l’un l’altro con qualche parola, o anche solo con la compagnia, nella condivisione del silenzio. Una vita semplice, sana e onesta, che trae linfa dal contatto diretto con la natura. Una vita che Giannini ben conosceva, lui cresciuto nel paese di Corvaia e come tanti costretto ad andarsene, quando gli orrori della guerra raggiunsero anche quei luoghi, distruggendo la serenità dei loro abitanti.

Nel processo inesorabile di spopolamento di questi piccoli e isolati nuclei umani, alcuni di essi tardarono a morire, quasi opponendosi fieramente al resto del mondo in rapido sviluppo, al suo scorrere veloce del tempo, alla sua ansia di trasformazione e di cambiamento.

I personaggi del romanzo vivono con rassegnazione i sintomi dell’abbandono che colpiscono ormai anche il loro paese, guardando impotenti quelli di loro che se ne vanno verso la pianura, chi per cause di forza maggiore, chi per la speranza di una vita migliore. Giannini descrive queste figure con composta partecipazione, i suoi protagonisti sono sì immaginari, ma simbolo di una realtà in cui egli è nato, una realtà che ha fatto parte del suo vissuto. Giannini è quei personaggi. Vi è quindi un processo di totale adesione al vero e immedesimazione in essi, che dà la possibilità all’autore di fare a meno del pathos narrativo di un Verga o di uno Steinbeck, pure a lui molto cari, che ci si aspetterebbe nella descrizione di realtà umane così sofferte.

E così si finisce per guardare noi stessi con gli occhi di Pietro, personaggio centrale del romanzo, giovanotto orgogliosamente attaccato al suo paese, che rimane ostinatamente fermo nel suo intento di vivere la sua vita lì dove è nato, affrontando tenacemente la triste percezione dei rumori e voci consuete e rassicuranti che si spengono a poco a poco, la cruda vista delle case del suo paese abbandonate, degli amici che vanno a trasferirsi nel lontano mondo della pianura, del suo amore che se ne va per sempre.

E il lettore vive tutto questo attraverso le semplici azioni quotidiane, descritte con viva immediatezza: la coltivazione delle patate e del granoturco, la semina coraggiosa dei meli, il pasto quotidiano, i lavori domestici, la difficile sopravvivenza durante l’inverno, e le serate davanti al fuoco. E mentre tutto intorno la speranza vacilla, i protagonisti, e Pietro avanti a tutti, traggono ancora forza dal fatto che, sebbene molte certezze siano venute meno, c’è ancora la terra, ci sono ancora le montagne.

Siamo ben lontani dalla figura del giovane ‘Ntoni dei Malavoglia di Verga, simbolo del nuovo e del progresso, contrapposto a l vecchio ‘Ntoni simbolo dei valori tradizionali. Qui è il giovane Pietro a lottare contro il progresso, il cambiamento, ma non in un’ottica di paura e condanna del progresso di tipo verghiano, bensì di opposizione alla negazione del diritto di poter vivere ancora nella realtà di sempre con i mezzi di sempre.

Ed è proprio questo tipo di ingiustizia sociale che Giannini vuole mettere in luce. Tutta la vicenda sembra sia un’analisi spietata della profonda utopia rappresentata dall’immaginarsi una società in cui ognuno abbia i mezzi per vivere dignitosamente, laddove invece lo scorrere rapido e impetuoso del mondo non risparmia dal crollo tutto quello che non riesce a stare al passo coi suoi tempi.

Come evidenzia Giuseppe Tartarini nella postfazione del romanzo, oggi, a distanza di tanti anni dalla realtà raccontata nel libro, di questo esodo degli abitanti della montagna versiliese non restano che i ruderi dei paesi abbandonati alle selve. A coloro cui è capitato di imbattersi in questi ruderi silenziosi, è sicuramente accaduto di percepire, come è successo a me, la forza evocativa che ancora essi conservano, racchiusa nei resti di un tavolo all’interno, di una sedia, di un caminetto, indizi di vita vissuta in mezzo al proliferare dei pruni olandesi e dell’erba.

Le parole di Giannini ci fanno ritornare a quando lì dentro qualcuno viveva, a quando quei luoghi non erano così silenziosi, quando ancora la pianura era un mondo lontano, e rappresentava paura e speranza per quelli che vivevano lassù, dove nasce il fiume.

La recensione del libro che verrà presentato a Pietrasanta il prossimo primo marzo, a firma della nostra Chiara Tommasi sul blog di Massimo Maugeri “Letterattitudine”

letteratitudinenews

FEGATO di Ico Gattai
Felici editore, 2012 – pagg. 200 – euro 14

In collegamento con il forum di Letteratitudine dedicato al rapporto tra Letteratura e Musica

di Chiara Tommasi

Capita a volte di incappare in libri che compri per caso, senza un motivo preciso, colpita ed affascinata dalla copertina, convinta che sarà la solita storiella trita e ritrita. Lo inizi mediamente interessata e  scopri che non è poi così malvagio, che al contrario di quel che pensavi, è scritto bene, che ha un suo peso, che ti ha catturata e che.. oh no! E’ già finito ed è già mattina. Hai appena letto e divorato in una notte – in una notte, come non ti capitava più tempo – un bel libro.

Fatevi prendere da Fegato, terza opera di Ico Gattai, pisano quarantenne, che ha dato alle stampe in novembre il suo terzo romanzo edito da Felici Editore…

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Vasco Brondi Andrea Bruno – Come le striscie che lasciano gli aerei

Una NON recensione di Valentina Oliverio Immagine
Mi chiedono di recensire come le strisce che lasciano gli aerei.
Un fumetto.
Fondamentalmente e sostanzialmente un fumetto.
Una paura incredibile di usare parole per addizione.
È come se tutto fosse già stato scritto.
Significato e significante.
E allora credo di avere un dovere morale e anche creativo.
Quello di rivoluzionare il concetto di recensione.
Di andare al di là del contenuto.
Di andare al di là della sterilità.
Di andare al di là di un eventuale interlocutore.
Del motivo per cui dovreste approcciarvi a questo libro.
Che non è un libro.
Che poi non è neanche un fumetto.
Sono immagini bellissime, con poche parole usate magistralmente.
Come solo Vasco sa fare.
Come solo Andrea sa fare.
C’È Micol, una ragazza dai capelli rossi lunghissimi.
Bellissima, fragile quanto forte.
Profondamente sola.
Lontana dalla famiglia, dalle storie d’amore limitanti ed impossibili, da qualsiasi concetto di stabilità.
Con due lavori precari, una laurea mancata ed una sensibilità senza eguali.
Sempre in partenza.
Come quegli aerei che accomunano tutti i protagonisti, che lasciano quelle scie così evidenti e così temporanee.
Come le storie che portano dietro.
Come i ricordi che trascinano con sé.
Come la necessità di trovare il proprio posto nel mondo.
Senza capire che non esiste una collocazione geografica dell’anima.
Se non in sé.
E poi c’è Rico.
E poi c’è Rashid.
Entrambi legati in qualche modo a Micol.
Amori impossibili, amori incredibili.
L’uno fugace.
L’altro finito, perché ci si perde.
Può succedere.
Anche quando insieme si pensa di avere un valore aggiunto.
Di lasciarsi alle spalle la mediocrità.
Quelle promesse mancate.
Quelle parole così evanescenti.
Quando si parte, per davvero, per cambiare o farsi cambiare, non si programma nulla.
Lo si fa e basta.
Il concetto di migrante.
Che poi non esiste.
Retoricamente siamo tutti migranti verso un qualcosa di non definito.
La disperazione è unica.
Ma è il modo in cui si arriva che cambia le cose.
C’è differenza tra un aereo ed un gommone.
Un gommone che porta con sé solo voglia di sopravvivere, la voglia di vivere è già un privilegio.
Ecco perché Rashid non capisce l’imminente partenza di Micol.
Proprio adesso che si erano trovati.
Così disperati e unici.
E poi quelle pagine nere che dividono i giorni, che contengono in sé la linfa del non luogo.
La depressione di queste storie necessariamente iniziate e finite.
La consapevolezza di essere, noi stessi, travolti da un destino simile.
La solitudine.
Così vera.
Così necessaria.
La voglia di partire per trovarsi.
Per capirsi.
Per vivere.
Il coraggio di restare che prescinde da una collocazione geografica.
Concretizzare la propria forma mentis.
Trovare i posti in cui succedono le cose.
Non un libro, non un fumetto.
Ma una ricerca.
La ricerca di quelle anime così belle e disordinate.
La ricerca di sé.
Perché in fondo gli arrivi sono partenze verso altro.

Buona lettura.

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1° marzo “Fegato” a Pietrasanta, Caffé I Picari

locandina 1° marzo 2013Abbiamo fegato, noi del CISESG!
Tant’è che abbiamo deciso di avvicinarsi allo sconfinato mondo dell’editoria indipendente abbinando a una serata di live music ad una presentazione…

Venerdì 1° marzo, a partire dalle ore 21.30, presso il “Caffè I Picari” incontreremo Ico Gattai – accompagnato dall’Illustre Prefatore Massimiliano “Ufo” Schiavelli (bassista dei The Zen Circus) – che ci presenterà il suo terzo romanzo edito dalla Felici Editore, Fegato.
Il tutto condito dalla magistrale esecuzione di molti brani contenuti nel libro da Totino Setzi (chitarra a e voce).

Durante la serata sarà possibile anche acquistare il libro già arrivato alla seconda ristampa in pochissimo tempo.

Vi invitiamo a partecipare e a passare in nostra compagnia quella che si preannuncia una serata molto roccarolla!!!

Per capire di cosa tratti Fegato due link interessanti – in attesa di quella che verrà pubblicata dalla nostra Chiara Tommasi su Letterattitudine di Massimo Maugeri:
http://www.ultimasigaretta.com/blog/recensione-fegato-di-ico-gattai-felici-editore-2012/
http://www.pisanotizie.it/news/rubrica_20121030_intervista_ico_gattai_fegato_felici_editore.html

 

Locandina di Stefano Petris (http://www.artstefanopetris.com/)

Cose da fare in Versilia

Capita che mentre noi ragazzi siamo dietro a scrivere il calendario eventi dell’associazione, gli amici del CISESG siano impegnati in tante attività… E tu, che ti stavi chiedendo che cosa fare questo fine settimana, hai improvvisamente un fine settimana riempito di appuntamenti!

Sabato sera, presso il teatro che si è costruita all’interno della sua abitazione, la nostra amica Elisabetta Salvatori, dalle ore 21, racconterà la vita del poeta Dino Campana, nello spettacolo dal titolo “VIOLA”. Le informazioni le potete trovare nell’evento facebook.

Elisabetta è una persona eccezionale, di quelle che, quando hai la fortuna di incontrarle, lasciano in te una traccia indelebile. Dolce e sensibile, sa essere delicata eppure toccante mentre recita nei suoi spettacoli trasportandoti in un altrove spesso atemporale. Sai bene dove sei e in quale presente ti trovi, eppure lì non sei più, non in quel presente.

Elisabetta Salvatori durante un suo spettacolo

Chi è Elisabetta, cosa fa e dove la potete incontrare, lo potrete vedere sia seguendola su Facebook sia visitando il sito dell’Associazione culturale I Favolanti.

Non solo teatro e letteratura nel fine settimana in Versilia.

Domenica mattina a Pietrasanta, nella Piccola Atene, verrà presentato il libro Marta Geirut Il volto e la maschera – poesie ed opere a cui farà seguito l’inaugurazione della mostra omonima presso Palazzo Panichi.

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Lodovico, il padre di Marta, quando l’associazione fu invitata all’inaugurazione della mostra di Gigi Guadagnucci qualche mese fa, per mostrarci un’opera del maestro dedicata a Sirio Giannini. In pochi attimi io e Valeria capimmo che persona avevamo davanti: intelligente, attivo, ci aprì un mondo su aspetti a noi ignoti legati all’attività di Giannini.

Augurandovi un buon fine settimana impegnato, torniamo a finire di scrivere il nostro calendario eventi!