Ritorno a mente (non tanto) fredda sul caso Ichino-Di Domenico

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Come chiunque si reputi dotato di comune senso civile e ragionevolezza intellettuale, ho trovato di primo acchito sgradevole il riferimento a Giulia Ichino contenuto nel discorso di Chiara Di Domenico sul palco del PD.  Superficiale personalizzazione di un problema sistemico, riduzione a gossip delle lucide argomentazioni sciorinate nel resto dell’intervento. E poi perché prendersela con Giulia Ichino? Un’operatrice del settore editoriale il cui valore è unanimemente riconosciuto, una persona seria che ha sempre svolto il proprio lavoro lontano dai riflettori.

La necessità di quel riferimento si è invece disvelata con le reazioni suscitate dal discorso. Non solo per la banale constatazione che senza di esso la notizia dell’intervento avrebbe, forse, trovato spazio in due righe a pagina 15 dei quotidiani e che Di Domenico, da capace addetta stampa qual è, ha coscientemente utilizzato la più proverbialmente giornalistica delle strategie retoriche: quella della ricerca del titolo ad effetto allo scopo di attirare attenzione, che adesso fa sorridere vedere stigmatizzata dai vari Battista, Riotta, Annunziata ecc.

Ancor più interessante è stato tuttavia osservare l’ imponente e sproporzionata alzata di scudi dell’estabilishment giornalistico-editoriale-twittettaro fulmineamente attestata dal techno-guru Riccardo Luna come boomerang per il PD (partito delle cui sorti chi scrive non si cura particolarmente). Si è trattato di una reazione francamente di casta, per dirlo con parola abusata. Innanzitutto della casta di quelli che, avendo avuto successo, non accettano che si possano mettere in discussione le origini del successo stesso.

Per essere più chiari, niente di meglio che citare Fabrizio Rondolino, uno che torna sempre molto utile quando si vuol esemplificare un concetto negativo: eccolo riesumare dal primo Novecento letterario il termine ‘inetto’ per definire la Di Domenico, colpevole ai suoi occhi di non appartenere alla schiera dei vincenti e per ciò stesso con ogni evidenza incapace. Ma non è necessario andar a cercare il consigliere di Daniela Santanchè per imbattersi nella più berlusconiana delle argomentazioni: l’invidia, al massimo riformulata nei più accettabili termini di ‘odio sociale’ dalla sinistra moderna e responsabile. Un campione del buon senso comune progressista come Massimo Gramellini, quindi, può parlarne a buon diritto; ma sarebbe difficile trovare un più chiaro sintomo di arroganza della sua ripetuta perifrasi di “precaria PD” per indicare Di Domenico, la cui identità, in quanto estranea al circolo degli eletti, può tranquillamente restare anonima. Un outsider che osa attaccare un insider, qui sta lo scandalo.

Chi ci tiene a far sapere che appartiene all’ambiente giusto è invece Caterina Soffici, che – possiamo stare tranquilli – ci informa di aver parlato in prima persona con chi ha assunto Ichino in Mondadori, ricevendone la rassicurazione che non fosse stata raccomandata. Chiedere a un presunto correo di smentire la colpa: un’argomentazione stringente, niente da dire, non a caso unanimemente derisa dai commentatori del suo blog sul “Fatto Quotidiano”. Tanto per non farsi mancare nulla, Soffici aggiunge di sentir odore di olio di ricino, perfettamente in linea con un altro cliché del conformismo culturale italiano: dare bellamente del fascista a chiunque non sia allineato. O, se proprio si vuol essere benevoli, del populista, ormai parola-passepartout. Instancabile denunciatore di populismo è lo scrittore Gianluigi Ricuperati, che ci rivela come questo caso lo stia convincendo a non votare PD bensì Fermare il Declino: liberismo VS populismo, quindi. Un altro che gira ininterrottamente per blog e social network a denunciare il fattaccio è Edoardo Brugnatelli, direttore editoriale Mondadori sempre molto attivo nella difesa del più forte (vedi anche caso Ostuni-Carofiglio).

Si potrebbe continuare la lista, ma a questo punto è più utile spostare il discorso su un piano, niente affatto anacronistico, di classe, come del resto ha invitato a fare la stessa Di Domenico in un articolo sul “Manifesto” successivo all’intervento. A quanto si sa, Giulia Ichino proviene da un’agiata e colta famiglia della borghesia milanese; certamente, sin da piccola è stata culturalmente sollecitata dalle migliori letture, le migliori frequentazioni, le migliori opportunità di formazione. All’università ha avuto l’ulteriore fortuna di studiare con due intellettuali del livello di Spinazzola e Turchetta. Non è poi così inconcepibile aver pensato che la percezione di una certa “aria di famiglia” da parte dei suoi datori di lavoro abbia contribuito a far precocemente svoltare la sua carriera, cosa diversa dal sostenere che sia stata “raccomandata”.

Ciò rappresenta forse una colpa? Certamente no, come ben ricordato da Christian Raimo quando ipotizza che lui stesso, figlio della classe media, potrebbe essere attaccato con gli stessi argomenti da un coetaneo figlio della donna che faceva le pulizie nella sua famiglia. La questione in ballo, quindi, è quella dell’uguaglianza di opportunità. Che non esiste e magari non è mai esistita, d’accordo. Ma il problema, il vero nocciolo del problema, sta nel fatto che ormai ciò non crei più scandalo e che, al contrario, lo scandalo venga dal ricordare che questa disuguaglianza, al di là delle responsabilità dei singoli, esiste e si accresce, in tempi di crisi nella quale si restringono le possibilità di assurgere a certe posizioni pur partendo da condizioni iniziali meno privilegiate.

Ho visto di persona Giulia Ichino una sola volta: a Pietrasanta stava presentando “Versilia Rock City” di Fabio Genovesi, nel quale si racconta di come molte famiglie di Forte Dei Marmi ogni estate si ritirino in casette costruite in giardino affittando l’abitazione principale a ricche famiglie del nord Italia in vacanza. Un’abitudine percepita come naturale ed anzi economicamente vantaggiosa da noi versiliesi, ma che nei libri di Genovesi viene svelata nella sua cruda essenza classista. Ebbene, Giulia Ichino raccontava di come leggendoli avesse per la prima volta visto sotto una nuova luce le proprie vacanze passate ogni estate a Forte Dei Marmi: lei era la bambina di una di quelle famiglie benestanti del nord, e solo adesso si rendeva conto del fatto che altri bambini come lei le lasciassero la loro camera per trasferirsi in casette, capanne o roulotte.

Una confessione così disarmante che non lascia dubbi sulla buona fede della Ichino, che con la stessa onestà intellettuale dovrebbe affrontare questa storia certamente per lei poco piacevole, nella quale è stata tirata in ballo senza aver fatto niente di male per meritarlo; non tuttavia casualmente, per ciò che rappresenta.

Ichino ha certamente dimostrato di essere ben più che adeguata a ricoprire il suo ruolo contribuendo a far vendere milioni di copie dei romanzi da lei editi, come ricorda Pietro Citati (sarebbe casomai da aprire un discorso sulla qualità di molti di quei romanzi, ma questo pare esser argomento ancor più sconveniente della presunta raccomandazione); resta con ciò innegabile che un tale percorso professionale intrapreso a 23 anni costituisce – purtroppo – un’anomalia nel mercato del lavoro italiano. Il problema non è che lei abbia avuto questa possibilità, ma che essa appaia come una sorta di miraggio a moltissimi altri, magari potenzialmente non meno meritevoli.

Insomma, sarebbe bello che Giulia Ichino vivesse quest’esperienza come un corrispettivo, fortunatamente meno cruento, di quella capitata al personaggio di Dan Aykroyd in “Una poltrona per due”: l’accorgersi che ciò che si è ottenuto, con merito e fortuna, non sia stato  qualcosa da dare per scontato, e che magari altri avrebbero potuto fare il suo lavoro altrettanto bene, se solo ne avessero avuto la possibilità. Questa è la vera condizione di apartheid che caratterizza la struttura sociale italiana, non la distinzione tra giovani precari e presunti lavoratori ipergarantiti, come, in consonanza con le idee del padre, sembrerebbe purtroppo pensare Giulia Ichino.

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