“I provinciali” a Pietrasanta, @Vinamore

Ore 10, domenica 5 maggio. Partono messaggi e telefonate “Piove! Ed ora come facciamo?!” Siamo tutti incollati ai vari siti meteo. E ci aggiorniamo costantemente…
Ore 16. Un timido accenno di sole. Un raggio, poi un altro ancora. Temiamo che cantando vittoria troppo presto torni qualche nuvola, a giocare degli scherzi strani.
Ore 17. Siamo pronti! Il tempo ci ha graziato: in cielo puoi trovare ancora qualche nuvola, panna montata su uno sfondo che si fa sempre più azzurro.


Aperitivo letterario: Ilaria Giannini e I Provinciali” si farà all’aperto, nella deliziosa cornice di Piazzetta del Centauro a Pietrasanta, dietro il Duomo.
Arriviamo a Pietrasanta. Maria Elena, la titolare del Vinamore, il locale che ci ospita, ci accoglie con un sorriso. Ha già preparato vini e i salamini per accompagnare il nostro aperitivo letterario con Ilaria Giannini, giovane autrice versiliese, trasferita a Firenze dove lavora.
I provinciali è il suo secondo romanzo, edito dalla Gaffi, uscito sul finire del 2012.
Ad intervistarla, chi vi scrive.

E’ un libro decisamente molto bello quello che abbiamo presentato, uno di quei libri ben scritti che descrivono da dentro la terra dove esso è ambientato, oltre a delineare alcuni tratti caratteriali dei versiliesi dell’entroterra. E’ lontana la costa, la patinata Forte dei Marmi, i vari pontili. Vicini, anzi vicinissimi, i provinciali che resistono, che hanno fatto la storia di questi luoghi in modo meno urlato ma più onesto.


Da sinistra, Chiara Tommasi, Ilari Giannini e parte del pubblico. (foto di Valeria Biagi/Cisesg)Ilaria è una ragazza sincera ed appassionata. E’ stato davvero un piacere conoscerla!
Con lei è stato un piacere conversare di questo suo ultimo libro, piuttosto che dei progetti futuri, del nuovo e attivo ambiente culturale fiorentino che si sta muovendo con decisione, per creare una sorta di movimento letterario unico.
Com’è sempre un piacere vedere i libri venduti uno dopo l’altro, le persone che si avvicinano e si complimentano, si fermano a chiacchierare con la scrittrice piuttosto che con noi del Centro Studi Sirio Giannini, chiedendoci informazioni sul nostro lavoro, sul nostro passato e sul nostro futuro.

Nuovi soci che ti fermano e ti chiedono “Come faccio a seguire le vostre iniziative?” oppure mani che si avvinano per lasciare un’offerta a sostegno della nostra attività.

Tra un calice di vino rosso in mano, una chiacchierata che si prolunga per tutta la sera, nascono nuove idee, nuovi progetti e stimolanti contatti.

E l’appuntamento è per il sabato successivo alla Casa del Berlingaio per “A cena con l’autore: Laerte Neri” e il suo Il mio primo capodanno.
Dopo un delizioso aperitivo non deve mancare una squisita cena 😉

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L’illusione delle montagne e i miraggi della pianura: Giannini e l’abbandono delle Apuane

Recensione al libro “Dove nasce il fiume” di Sirio Giannini di Niccolò Bresciani

Vallecchi Editore S.p.a., 1993 Firenze Prima edizione: Massimiliano Boni Editore, 1978

Vallecchi Editore S.p.a., 1993 Firenze
Prima edizione: Massimiliano Boni Editore, 1978

Il titolo del libro ci porta mentalmente a fare un percorso a ritroso, dalla piana verso il luogo dove i corsi d’acqua prendono vita: la montagna.

La narrazione, di una prosa semplice e diretta, ci conduce in salita fino al Campo del Barga, a Bedigna, uno dei paesi ancora abitati negli anni immediatamente dopo l’Ultima Guerra.

Come negli altri paesi, qui il tempo scorre lento, scandito dal lavoro quotidiano e dai momenti di riposo, in cui ci si consola dalle fatiche  l’un l’altro con qualche parola, o anche solo con la compagnia, nella condivisione del silenzio. Una vita semplice, sana e onesta, che trae linfa dal contatto diretto con la natura. Una vita che Giannini ben conosceva, lui cresciuto nel paese di Corvaia e come tanti costretto ad andarsene, quando gli orrori della guerra raggiunsero anche quei luoghi, distruggendo la serenità dei loro abitanti.

Nel processo inesorabile di spopolamento di questi piccoli e isolati nuclei umani, alcuni di essi tardarono a morire, quasi opponendosi fieramente al resto del mondo in rapido sviluppo, al suo scorrere veloce del tempo, alla sua ansia di trasformazione e di cambiamento.

I personaggi del romanzo vivono con rassegnazione i sintomi dell’abbandono che colpiscono ormai anche il loro paese, guardando impotenti quelli di loro che se ne vanno verso la pianura, chi per cause di forza maggiore, chi per la speranza di una vita migliore. Giannini descrive queste figure con composta partecipazione, i suoi protagonisti sono sì immaginari, ma simbolo di una realtà in cui egli è nato, una realtà che ha fatto parte del suo vissuto. Giannini è quei personaggi. Vi è quindi un processo di totale adesione al vero e immedesimazione in essi, che dà la possibilità all’autore di fare a meno del pathos narrativo di un Verga o di uno Steinbeck, pure a lui molto cari, che ci si aspetterebbe nella descrizione di realtà umane così sofferte.

E così si finisce per guardare noi stessi con gli occhi di Pietro, personaggio centrale del romanzo, giovanotto orgogliosamente attaccato al suo paese, che rimane ostinatamente fermo nel suo intento di vivere la sua vita lì dove è nato, affrontando tenacemente la triste percezione dei rumori e voci consuete e rassicuranti che si spengono a poco a poco, la cruda vista delle case del suo paese abbandonate, degli amici che vanno a trasferirsi nel lontano mondo della pianura, del suo amore che se ne va per sempre.

E il lettore vive tutto questo attraverso le semplici azioni quotidiane, descritte con viva immediatezza: la coltivazione delle patate e del granoturco, la semina coraggiosa dei meli, il pasto quotidiano, i lavori domestici, la difficile sopravvivenza durante l’inverno, e le serate davanti al fuoco. E mentre tutto intorno la speranza vacilla, i protagonisti, e Pietro avanti a tutti, traggono ancora forza dal fatto che, sebbene molte certezze siano venute meno, c’è ancora la terra, ci sono ancora le montagne.

Siamo ben lontani dalla figura del giovane ‘Ntoni dei Malavoglia di Verga, simbolo del nuovo e del progresso, contrapposto a l vecchio ‘Ntoni simbolo dei valori tradizionali. Qui è il giovane Pietro a lottare contro il progresso, il cambiamento, ma non in un’ottica di paura e condanna del progresso di tipo verghiano, bensì di opposizione alla negazione del diritto di poter vivere ancora nella realtà di sempre con i mezzi di sempre.

Ed è proprio questo tipo di ingiustizia sociale che Giannini vuole mettere in luce. Tutta la vicenda sembra sia un’analisi spietata della profonda utopia rappresentata dall’immaginarsi una società in cui ognuno abbia i mezzi per vivere dignitosamente, laddove invece lo scorrere rapido e impetuoso del mondo non risparmia dal crollo tutto quello che non riesce a stare al passo coi suoi tempi.

Come evidenzia Giuseppe Tartarini nella postfazione del romanzo, oggi, a distanza di tanti anni dalla realtà raccontata nel libro, di questo esodo degli abitanti della montagna versiliese non restano che i ruderi dei paesi abbandonati alle selve. A coloro cui è capitato di imbattersi in questi ruderi silenziosi, è sicuramente accaduto di percepire, come è successo a me, la forza evocativa che ancora essi conservano, racchiusa nei resti di un tavolo all’interno, di una sedia, di un caminetto, indizi di vita vissuta in mezzo al proliferare dei pruni olandesi e dell’erba.

Le parole di Giannini ci fanno ritornare a quando lì dentro qualcuno viveva, a quando quei luoghi non erano così silenziosi, quando ancora la pianura era un mondo lontano, e rappresentava paura e speranza per quelli che vivevano lassù, dove nasce il fiume.