Arrivederci, Carlo, ciao…

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Io un ce la fo, un ce la fo! Vado fori con la banda!”. Un ometto dalla faccia rossa e dagli occhi lucidi, piccolo come uno sgabello, si libera dalla pressa della folla assiepata contro le porte della platea e scivola svelto verso lo sbocco al giardino. Un attimo prima di uscire si volta di scatto, come sorpreso da un ricordo, alza il cappello in aria sopra la gente e sventolando urla “Ciao Carlo!”.

Eh sì Monni, non sembra proprio di stare al tuo funerale, ma ad uno di quegli spettacoli in cui facevi il pieno di gente seduta, in piedi e pure sdraiata su un campo, venuta per ridere e vedere la tua grande faccia sorridente ammiccare da palchi di città e campagna.

Qui al Teatro Rifredi di Firenze oggi siamo così tanti da essere troppi, da lasciare fuori dalle porte della platea molti che come me hanno sfidato le leggi dell’infernale viabilità fiorentina per partecipare a questo dolce se pur amaro “arrivederci”, a questa festa sottosopra che a Carlo Monni sarebbe di certo piaciuta. Tutte quelle teste che si ammassano attorno sorridono, ridono e parlano parlano di lui, della sua grinta, del suo amore per le donne e per il vino, dell’arte di saperla raccontare dal dritto e dal rovescio, dei giorni insieme lontani e vicini. Qualcuno singhiozza alle mie spalle ma quando mi volto mi accorgo che le lacrime scivolano su risate fragorose, vivide, a cui si fondono con una tale naturalezza da non saper dire se nella stanza ci sia più tristezza o piacere di ritrovarsi ancora una volta ad uno dei suoi palchi.

Patrizia, venuta da Bagno a Ripoli e che con Carlo c’è cresciuta da ragazza, mi racconta di quella volta che in macchina con degli amici  l’auto andò in panne nel bel mezzo della strada, e il Monni trasformò tutta la vicenda in una esilarante commedia improvvisata “che non ho più fatto così tante risate in vita mia! Lui era così, anche da ragazzo, sempre con la voglia di giocare e stare allegro”. E io me lo vedo il Monni giovanetto che spinge in salita una cinquecento sgangherata mentre tra un santo e una madonna snocciola un rosario di battute da far mollare la presa ai compagni di fatica.

Anche Riccardo e Manuela, della prima periferia, Carlo lo conoscevano di persona “un po’ come tanti qui. Veniva sempre alle Cascine a passeggiare, con quei pantalonacci tirati su come un marinaio, ma era fenomenale. Ci si fermava a parlare ed era sempre di buon umore, quasi le nuvole scappassero quando lo vedevano arrivare”. E pensare che il parco delle Cascine io ce l’ho proprio dietro casa, ma Carlo non lo vedevo da mesi, aspettando che arrivasse l’estate per averlo ancora in Versilia col suo spettacolo su Dino Campana. E questo è l’odore che si respira oggi nell’aria, di sorpresa, come di una partenza improvvisa, di una cena tra amici disdetta all’ultimo minuto, una pioggia primaverile che di corsa ci fa rientrare quando già avevamo cestino e telo sotto il braccio.

Mentre il legno lascia l’atrio dell’edificio, la filarmonica Paoli di Campi Bisenzio suona con forza “O bella ciao”, la gente batte le mani e canta, per esorcizzare ma anche perché è giusto così, perché quella cassa non è un’immagine corretta del Monni, e c’è molto di più di lui in quella musica urlata e sfiatata (e carica di significato) che nel passo triste che l’occorrenza ci mette ai piedi.

È bellissimo” dice una voce. “Una festa d’addio… davvero” risponde un’altra. E mentre la musica sale e il corteo si avvia, penso che sì, è bello veramente, bello come se tutti insieme fossimo tornati ad una di quelle manifestazioni a cui il Monni  ragazzo andava a far bufera, circondato dagli amici di sempre e sempre pronto a mandare via le nuvole con la sua inconfondibile risata.

Eleonora Tartarini