Gli eroi delle Apuane: l’omaggio di Giannini ai cavatori ne “La valle bianca”.

La cima del monte Altissimo, nel Comune di Seravezza, è segnata da profonde cicatrici.

Il sentiero da fare per accedervi sale fino a 1590 metri, serpeggiando intorno ai fianchi martoriati della montagna, in mezzo ad enormi cumuli di blocchi di pietra, tagliando in certi punti la roccia come una grande ferita nella pelle marmorea.

Nelle belle giornate estive, la luce che riflette sui blocchi immobili ammassati nei ravaneti è accecante.

La valle bianca - edizione "La Medusa degli Italiani" Mondadori

La valle bianca – edizione “La Medusa degli Italiani” Mondadori

Salendo ancora compaiono poi sul sentiero pezzi di ferro arso dalle intemperie di anni: carrucole arrugginite che si ergono in fila come vecchi soldati sull’attenti, immobili come croci contro il cielo terso; scure lamiere accartocciate le une sulle altre come mucchi di foglie secche; cavi d’acciaio anneriti ancora tesi, intrecciati come tele di ragno.

Tutto è testimonianza silente del lavoro e del sudore di uomini, che lassù si recavano per cavare il marmo, fonte di guadagno che esigeva tutta la loro fatica e sofferenza, prima di cedere e lasciarsi strappare docilmente dalla sua dimora.

Il marmo è il protagonista di questo romanzo di Giannini, bianco e abbagliante come la valle in cui i personaggi vivono e lavorano, bacino di estrazione nel cuore delle Alpi Apuane.

Gli anni sono quelli del secondo dopoguerra. Stefano, il personaggio principale, tenta come molti altri di trovarsi un’occupazione, una fonte di sostentamento, e sceglie, come il padre prima di lui, di vivere del lavoro nelle cave, tra il terrore di fare il passo più lungo della gamba e la speranza di una sorte favorevole che lo accomunano ai suoi compagni d’impresa.

Fedelmente ai principi del Neorealismo da cui trae ispirazione, ogni cosa che esce dalla penna dell’autore è direttamente ispirata alle sue esperienze di vita, a quello che ha visto, che ha potuto vivere sulla propria persona. Così, “Prati di fieno”, sua prima opera, è specchio degli anni di lavoro come bracciante agricolo nella Pianura Padana; “Dove nasce il fiume”, opera della maturità, narra la sofferenza dell’abbandono forzato del paese natio.

La valle bianca” si pone cronologicamente nel mezzo, ed è dedicata alla figura del padre Gino, per tanti anni addetto al trasporto al piano dei marmi estratti dalle cave.

La narrazione di Giannini è intrisa della immensa fatica degli uomini come lui, resa tanto più palpabile dalla dettagliata descrizione delle operazioni di estrazione. Ben presto si comprende lo scopo del realismo che l’autore qui utilizza prepotentemente: dare un’idea precisa della realtà quotidiana del lavoro nella cava, delle difficoltà, della sofferenza, del pericolo.

Senza fronzoli narrativi vengono raccontati gli amori, le gioie, le disillusioni, le tragedie di questi operai abituati a fare i conti con un’esistenza ben più precaria di un bracciante agricolo o di un renaiolo, pur sottoposti ad una fatica quotidiana di pari peso, perché essi ogni giorno potrebbero non tornare alle loro case, la cava potrebbe esigere da loro un prezzo più alto della fatica. Così ogni giorno le loro famiglie, più a valle, potrebbero udire da un momento all’altro il lungo suono della buccina, segnale di morte.

Se ci si sofferma veramente a riflettere su quello che l’operazione di estrazione del marmo comportava all’epoca, si rimane esterrefatti. Oggi, quasi tutte le cave in cui questi personaggi hanno sparso sudore sono abbandonate. Le alte pareti di marmo liscio stanno ancora là, dove un tempo i tecchiaioli si inerpicavano sospesi nel vuoto, per ingaggiare dura lotta contro i massi pericolanti rimasti dal distacco dei blocchi, quando ancora nell’aria c’era l’odore della polvere dopo il fragore delle mine.

I piazzali delle cave sono ormai grosse terrazze panoramiche da cui si può vedere il mare, stessa vista con cui si rinfrancavano i cavatori dopo avervi trascinato i blocchi buoni da trasportare a valle. Tutto questo prima della grande prova: affrontare la via di lizza, lenta e pericolosa discesa del marmo fino a destinazione.

Al lavoro nelle cave Giannini dedica anche, un anno dopo la pubblicazione del romanzo, il cortometraggio “I cavatori”, di cui è regista.

Guardando i volti giovani di quei veri cavatori, immortalati dalla macchina da presa, con cui Giannini condivise le giornate di lavoro, mi è impossibile non pensare ai volti ormai anziani di alcuni uomini che ho avuto la fortuna di conoscere.

Vivevano ancora nel loro paese di origine e ancora portavano abiti da lavoro, restii a cambiare il modo di vestire di tutta una vita. Con la faccia stanca e segnata dalla fatica, il corpo ancora robusto ma deformato e piegato dal duro lavoro, raccontavano ogni tanto del loro passato, muovendo lentamente le grosse dita nodose e callose. Ed io guardavo le mie, e realizzavo con imbarazzo che per quanto mi sforzassi, non potevo capire cosa fosse realmente la fatica e il sacrificio.

Di tutta questa realtà passata, in alto, le cime delle Apuane continuano a portarci memoria.

                                                                                                                 Niccolò Bresciani

Ricordo di una bella serata

E’ vero che sono passati un po’ di giorni, ma è anche vero che il ricordo della serata del 28 marzo “Ricordando Sirio Giannini” è ancora vivo in tutti noi.
Una bella e serena serata fra amici, dove a tenere banco è stato il prof. Raffaello Bertoli con il suo ricordo dell’uomo e dello scrittore Giannini.

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Prof. Raffaello Bertoli

Il nutrito pubblico della Casa del Berlingaio, l’associazione culturale che ci ha ospitati, ha ascoltato con interesse la squillante voce di Bertoli parlarci di Prati di Fieno, della durezza della fame durante la seconda guerra mondiale, dell’umanità dell’uomo, della grandezza purtroppo rimasta incompiuta dello scrittore.

Uno speciale ringraziamento come sempre alla famiglia Barberi che ci ha ospitato, al prof. Bertoli che ci ha intrattenuti, a tutti i partecipanti sempre più affettuosi nei nostri confronti, ai soci “vecchi” ed a quelli “nuovi”.

Un ringraziamento speciale anche a chi, giusto due anni fa, ha creduto in noi, dandoci la possibilità di fare tutto questo per Sirio Giannini e per il nostro territorio: il Direttore Scientifico del CISESG, Prof.ssa Daniela Marcheschi!

L’illusione delle montagne e i miraggi della pianura: Giannini e l’abbandono delle Apuane

Recensione al libro “Dove nasce il fiume” di Sirio Giannini di Niccolò Bresciani

Vallecchi Editore S.p.a., 1993 Firenze Prima edizione: Massimiliano Boni Editore, 1978

Vallecchi Editore S.p.a., 1993 Firenze
Prima edizione: Massimiliano Boni Editore, 1978

Il titolo del libro ci porta mentalmente a fare un percorso a ritroso, dalla piana verso il luogo dove i corsi d’acqua prendono vita: la montagna.

La narrazione, di una prosa semplice e diretta, ci conduce in salita fino al Campo del Barga, a Bedigna, uno dei paesi ancora abitati negli anni immediatamente dopo l’Ultima Guerra.

Come negli altri paesi, qui il tempo scorre lento, scandito dal lavoro quotidiano e dai momenti di riposo, in cui ci si consola dalle fatiche  l’un l’altro con qualche parola, o anche solo con la compagnia, nella condivisione del silenzio. Una vita semplice, sana e onesta, che trae linfa dal contatto diretto con la natura. Una vita che Giannini ben conosceva, lui cresciuto nel paese di Corvaia e come tanti costretto ad andarsene, quando gli orrori della guerra raggiunsero anche quei luoghi, distruggendo la serenità dei loro abitanti.

Nel processo inesorabile di spopolamento di questi piccoli e isolati nuclei umani, alcuni di essi tardarono a morire, quasi opponendosi fieramente al resto del mondo in rapido sviluppo, al suo scorrere veloce del tempo, alla sua ansia di trasformazione e di cambiamento.

I personaggi del romanzo vivono con rassegnazione i sintomi dell’abbandono che colpiscono ormai anche il loro paese, guardando impotenti quelli di loro che se ne vanno verso la pianura, chi per cause di forza maggiore, chi per la speranza di una vita migliore. Giannini descrive queste figure con composta partecipazione, i suoi protagonisti sono sì immaginari, ma simbolo di una realtà in cui egli è nato, una realtà che ha fatto parte del suo vissuto. Giannini è quei personaggi. Vi è quindi un processo di totale adesione al vero e immedesimazione in essi, che dà la possibilità all’autore di fare a meno del pathos narrativo di un Verga o di uno Steinbeck, pure a lui molto cari, che ci si aspetterebbe nella descrizione di realtà umane così sofferte.

E così si finisce per guardare noi stessi con gli occhi di Pietro, personaggio centrale del romanzo, giovanotto orgogliosamente attaccato al suo paese, che rimane ostinatamente fermo nel suo intento di vivere la sua vita lì dove è nato, affrontando tenacemente la triste percezione dei rumori e voci consuete e rassicuranti che si spengono a poco a poco, la cruda vista delle case del suo paese abbandonate, degli amici che vanno a trasferirsi nel lontano mondo della pianura, del suo amore che se ne va per sempre.

E il lettore vive tutto questo attraverso le semplici azioni quotidiane, descritte con viva immediatezza: la coltivazione delle patate e del granoturco, la semina coraggiosa dei meli, il pasto quotidiano, i lavori domestici, la difficile sopravvivenza durante l’inverno, e le serate davanti al fuoco. E mentre tutto intorno la speranza vacilla, i protagonisti, e Pietro avanti a tutti, traggono ancora forza dal fatto che, sebbene molte certezze siano venute meno, c’è ancora la terra, ci sono ancora le montagne.

Siamo ben lontani dalla figura del giovane ‘Ntoni dei Malavoglia di Verga, simbolo del nuovo e del progresso, contrapposto a l vecchio ‘Ntoni simbolo dei valori tradizionali. Qui è il giovane Pietro a lottare contro il progresso, il cambiamento, ma non in un’ottica di paura e condanna del progresso di tipo verghiano, bensì di opposizione alla negazione del diritto di poter vivere ancora nella realtà di sempre con i mezzi di sempre.

Ed è proprio questo tipo di ingiustizia sociale che Giannini vuole mettere in luce. Tutta la vicenda sembra sia un’analisi spietata della profonda utopia rappresentata dall’immaginarsi una società in cui ognuno abbia i mezzi per vivere dignitosamente, laddove invece lo scorrere rapido e impetuoso del mondo non risparmia dal crollo tutto quello che non riesce a stare al passo coi suoi tempi.

Come evidenzia Giuseppe Tartarini nella postfazione del romanzo, oggi, a distanza di tanti anni dalla realtà raccontata nel libro, di questo esodo degli abitanti della montagna versiliese non restano che i ruderi dei paesi abbandonati alle selve. A coloro cui è capitato di imbattersi in questi ruderi silenziosi, è sicuramente accaduto di percepire, come è successo a me, la forza evocativa che ancora essi conservano, racchiusa nei resti di un tavolo all’interno, di una sedia, di un caminetto, indizi di vita vissuta in mezzo al proliferare dei pruni olandesi e dell’erba.

Le parole di Giannini ci fanno ritornare a quando lì dentro qualcuno viveva, a quando quei luoghi non erano così silenziosi, quando ancora la pianura era un mondo lontano, e rappresentava paura e speranza per quelli che vivevano lassù, dove nasce il fiume.